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MATERIALITA’ E SPIRITUALITA’

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
spesso si separa la materialita’ dalla spiritualita’. Si crede che le cose materiali appartengano all’ombra, all’avidita’, all’Ego ma non sempre e’ così.
Una volta l’Arcangelo Michele mi disse ” e’ necessario fare della materialita’ cosa sacra”, ho chiesto una spiegazione ma non me l’ha data. Riflettendoci pensai ” si dice sempre che la dualita’ non esiste, che siamo noi a crearla, che tutto e’ uno. Ma se in quel tutto ci fosse anche la materia?”. Qualche settimana fa una ragazza che ha fatto l’attivazione dell’energia della Fenice aggiunse un altro pezzo al mio puzzle. La Fenice le disse ” siete voi a separare la materia’ dallo spirito, in realta’ esse non sono separate”.
Vorrei spiegarti con un esempio molto pratico, la mia conclusione.
La scorsa settimana ho finito la prima tappa del terzo livello di Munay Ki. Consisteva nel lavorare con l’archetipo del serpente, legato al primo Chakra. Dovevo restare nel qui e ora, sentire ogni cosa con i sensi del corpo. Io ho sempre odiato pulire casa, ma focalizzandomi nel qui e ora, e sentendo l’acqua, la schiuma con tutti i miei sensi ho compreso che fare le faccende domestiche non e’ solo togliere lo sporco ma e’ prendersi cura del proprio spazio, in tal modo, ci si prende cura di se stessi, ci si ama.
Pulire casa , in se’, fa parte della materialita’, ma vista in questo modo , diviene un rituale sacro di cura.
Per quanto riguarda, invece, le cose che desideriamo acquistare, l’altra sera il mio spirito guida mi ha suggerito una domanda da farsi ” serve alla tua anima?”, se la risposta e’ no , significa che e’ il tuo Ego a guidare quel desiderio.
Pensai pero’ ” ora mi trasferisco in un’altra casa, senza mobili, non ho ancora il divano, questo alla mia anima non serve. Ma se torniamo alla cura della casa, del mio spazio e quindi, di me, in tal caso la materia diviene cosa sacra”.
Non e’ un ragionamento semplice, lo so, e non e’ nemmeno semplice individuare quando possiamo trasformare la materia in sacro e quando no. E’ necessario allenamento e tanta introspezione.
Un abbraccio di Luce, AISHA

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MEDITAZIONE A ANSIA

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
oggi vorrei proporti un articolo di Corrado Pensa. Buona Lettura 🙂

UN’ANSIA PARTICOLARE

Nel volume di Mark Epstein Pensieri senza pensatore leggiamo:

 

Gli psicologi Daniel Brown e Jack Engler hanno fatto uno studio su un gruppo di praticanti esperti e hanno scoperto che chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro. Tra i soggetti da loro osservati non hanno riscontrato un allentamento del conflitto interno, ma soltanto un atteggiamento ‘marcatamente privo di difese nel vivere tali conflitti’ 1.

 

Vorrei fare qualche annotazione riguardo al rapporto tra meditazione ed ansia prendendo le mosse dal brano appena citato.

A parte il carattere molto relativo, per definizione, di esperimenti del genere (quanto ci autorizza un gruppo di meditanti a trarre conclusioni generali sulla meditazione?), mi sembra, tuttavia, che anche questo gruppo di meditanti esperti ed ansiosi ha mostrato una caratteristica interessante e poco frequente e cioè il fatto che l’ansia fosse accompagnata da una certa accettazione, da una non-contrazione. Tale caratteristica non ricorre tra le caratteristiche tipiche degli stati ansiosi, dato che essa, in qualche modo, si pone agli antipodi dell’ansia. Non vedo, infatti, quanto nutrimento e quanto incoraggiamento possano venire a un’ansia che è tenuta in mano con un atteggiamento così abbandonato, così ‘marcatamente privo di difese’. Ciò significa che la perentoria affermazione che ‘chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro’ è parecchio ridimensionata dall’osservazione successiva, niente affatto marginale, sulla non-difensività. Però, facilmente, l’unica cosa che resterà in mente a un buon numero di lettori è solo la conclusione perentoria, a tutto discapito della verità.

LE TRE AFFLIZIONI E L’ANSIA

Comunque, esperimenti a parte, a me pare che sia legittimo chiedersi questo: un cammino interiore che si ripromette di trascendere o quanto meno di attenuare l’attaccamento, l’avversione e l’ignoranza può lasciare intatta l’ansia? Sarebbe una contraddizione in termini. Se l’ansia è intatta, ciò può voler dire soltanto che ugualmente immutate sono le tre ‘afflizioni’ summenzionate. Infatti dire le tre afflizioni significa dire l’io-mio e la sua forza. E io-mio vuol dire, tra l’altro, tutta l’insicurezza e la paura (ossia l’ansia) generata dalla continua identificazione con reazioni, emozioni, aspettative, etc.

Come è noto, la meditazione di consapevolezza si occupa primariamente di questa ‘coazione all’identificazione’. Allora, come è immaginabile praticare la consapevolezza meditativa seriamente e per lunghi anni, raccogliere buon frutto su vari fronti eccetto che sul fronte dell’ansia? Naturalmente se la motivazione alla pratica è labile o male orientata, se la pratica stessa è un fatto occasionale e saltuario e per giunta priva di supervisione da parte di insegnanti esperti, nessuno si stupirà (nemmeno lo stesso meditante) se non si vedono frutti di alcun genere. E può ben darsi che la ragione principale di questa stasi e di questa confusione sia proprio un insieme di conflitti ansiosi nel quale il meditante è invischiato. A questo punto, come Epstein variamente suggerisce, una buona psicoterapia potrà essere provvidenziale nello sbloccare tali conflitti e nel mettere in grado la persona di intraprendere un rinnovato cammino meditativo.

IL FONDAMENTO DELLA STABILITÀ MENTALE

Fatte queste precisazioni e ricordando ancora una volta, per scrupolo, che la meditazione è controindicata nei casi di ansia grave (laddove la psicoterapia è sovente lo strumento più indicato), mi pare che convenga ora interrogarci su quale debba essere il giusto atteggiamento del meditante quanto a forme di ansia ‘ordinarie’.

Intanto è opportuno tenere presente che la meditazione, al pari della psicoterapia, non è un ansiolitico. Al contrario entrambe in certe fasi, allorché emerge materiale rimosso, tendono a generare ansia. Perciò se imbocchiamo la via del Dharma dobbiamo mettere in conto il fatto che incontreremo ansie nuove oltre a quelle antiche. Quale che sia il livello di ansia nel meditante, mi sembra assolutamente cruciale sottolineare per prima cosa questo: tentare un’esplorazione diretta dell’ansia sin dal principio di un tragitto meditativo avrà come risultato più probabile solo un aumento dell’ansia, con l’inevitabile confusione e scoraggiamento che ciò comporterà.

Invece prima di affrontare l’esplorazione diretta dell’ansia e, in generale, di stati emotivi, occorrerà anzitutto ‘farsi le ossa’ addestrando l’attenzione a sostare su oggetti non conturbanti, quali, ad esempio, le sensazioni del respiro o altre sensazioni fisiche semplici. Infatti, una disciplinata pratica meditativa di calma concentrata su oggetti semplici sviluppa, col tempo, una relativa stabilità mentale.

Quanto alla stabilità che sopravviene dopo vari anni di pratica per la maggior parte dei meditanti, essa, se da un lato è lungi da una condizione di ferma equanimità, dall’altro è anche ben distante da quello stato di doloroso caos mentale che per molti vigeva prima che intraprendessero il lavoro interiore. Perciò la stabilità di cui parliamo è una vera e propria forza nuova, anche se spesso il meditante non la percepisce come tale a causa dell’effetto combinato di preconcetti circa la meditazione (del tipo: pace mentale = assenza di pensieri e di emozioni) e di una tendenza all’autosvalutazione.

Ora questa forza nuova è, in effetto, il presupposto indispensabile per poter lavorare di consapevolezza con tutto quanto è turbamento mentale. Giacché, senza quella relativa stabilità di cui stiamo parlando, noi abbiamo solo due possibilità: o essere risucchiati nel turbamento oppure fuggire dal turbamento. L’idea di non essere né risucchiati né in fuga bensì, invece, fermi e in ascolto, risulterà affascinante ma abbastanza astratta e inapplicabile. Perché ci accorgeremo ben presto che la mente non vuole guardare il turbamento o, al massimo, lo guarda impazientemente chiedendogli in continuazione di andarsene: pretendendo, in tal modo, di superare il turbamento aggiungendo altro turbamento.

CALMA CONCENTRATA E FIDUCIA; PRATICA DI METTA E DEL RIFUGIO

Invece il primo passo consiste proprio nello sviluppo di quella ‘non-difensività’ di cui scrive Epstein, ovvero la capacità di guardare l’ansia senza aggiungere ansia. Ma questo presuppone un qualcosa che ci regga, un sostegno. Il sostegno, appunto, della stabilità mentale che proviene dal tirocinio nella calma concentrata. Da notare che il cuore di questa certa forza tranquilla che si sviluppa – come si diceva – senza che nemmeno ce ne accorgiamo, ha a che fare con la fiducia. Una fiducia generica e implicita, più che una esplicita fiducia in questo o quello: la mente che negli anni ha appreso a raccogliersi ha visto che non è condannata al caos e all’angoscia e ciò in qualche misura la rassicura e la rasserena.

È opportuno specificare che qui, nel menzionare la naturale necessità di un addestramento alla calma concentrata, non ci riferiamo alla coltivazione della concentrazione come fattore isolato. Infatti la concentrazione, separata da tutte le altre virtù e qualità liberanti, non sembra avere alcuna connessione significativa con la saggezza. Basti pensare al caso ben possibile di individui dotati di una certa innata facilità alla concentrazione senza che ciò si accompagni a sostanziosi indizi di sviluppo interiore. Ci riferiamo, piuttosto, a un tirocinio sistematico di calma concentrata nel contesto di una pratica di consapevolezza.

Ciò significa che il meditante, prima di affrontare l’esplorazione diretta e ravvicinata dell’ansia, avrà già lungamente lavorato con varie forme ‘minori’ ma insidiose di ansia. Vale a dire tutta quell’ansia generata dal rapporto del meditante con la pratica meditativa. E dunque i sensi di colpa per non essersi seduto in meditazione regolarmente, gli scoraggiamenti davanti alla elusività del respiro, il confronto con altri meditanti, etc. In un contesto di meditazione vipassana il praticante è incoraggiato a guardare-contemplare tutti questi moti ansiosi sin dall’inzio, laddove in un training puramente concentrativo gli verrebbe detto di ignorarli. Inoltre, sempre nell’ambito della meditazione di consapevolezza, la guida degli insegnanti e lo studio del Dharma favoriscono la comprensione di tali dinamismi e contribuiscono in tal modo a piantare importanti semi di disidentificazione dall’ansia.

Infine una seria pratica di metta e il ricorso a una regolare presa di rifugio (ovviamente intesa in maniera non puramente formale) aiutano non poco a relativizzare l’ansia da una parte e ad alimentare la fiducia dall’altro. Poiché l’evocazione del bene di tutti gli esseri viventi (metta), insieme con lo spirito di servizio che ciò gradualmente suscita, distoglie dalla fissazione egoica e dall’inevitabile ansia che essa genera. E così pure il regolare prendere rifugio nel Dharma e dunque nella pratica di liberazione e nella liberazione stessa favorisce l’emergere di un orizzonte transegoico.

OSSERVARE SENZA AVVERSIONE, OSSERVARE CON INTERESSE

Riepilogando: il presupposto per una fruttuosa contemplazione esplorativa dell’ansia (così come di qualsiasi disagio interiore) è quella relativa stabilità mentale non priva di fiducia che risulta da un tirocinio prolungato di calma concentrata in un contesto di meditazione di consapevolezza. Diamo inoltre per scontato che in tale contesto siano naturalmente presenti la pratica di metta e dei rifugi, la supervisione degli insegnanti, lo studio/ascolto del Dharma e un certo spirito di servizio.

Abbiamo visto come tale presupposto renda possibile il primo passo dell’esplorazione (che per certi versi è il passo fondamentale), ossia la possibilità di osservare senza avversionel’ansia. Da notare che allorché questa possibilità comincia a manifestarsi in modo non episodico ciò già comporta una diminuzione dell’ansia. Ancor di più se da una osservazione senza avversione approdiamo a una osservazione animata da interesse. In proposito, non è forse superfluo annotare che il fatto di essere già in grado di lavorare in questo modo non implica che non sia talora necessario – se l’ansia è forte o se noi siamo stanchi – abbandonare il lavoro della osservazione diretta e arroccarsi, piuttosto, su una pratica semplice di pacificazione mentale, ivi inclusa la meditazione camminata.

LAVORARE CON L’ANSIA

Ma vediamo ora più da presso la pratica rivolta in modo diretto all’ansia. Anzitutto un consiglio pratico: il più possibile non lasciarsi sfuggire i molteplici episodi quotidiani di ansia, anche minima. Poiché questi episodi di ‘piccola ansia’ sono un eccellente terreno di pratica, soprattutto quando cominciamo a sviluppare un vero e proprio talento nel coglierli e metterli nella luce della consapevolezza. Il percepire sempre più chiaramente che ad ogni intervento di pratica sull’ansia corrisponde un seme di equanimità è un forte e naturale incentivo a perseguire questa modalità di lavoro interiore. Anche perché ci rendiamo conto che senza un buon allenamento a lavorare con i piccoli turbamenti non è possibile lavorare con quelli grandi. Per compiere questo lavoro riguardo alle piccole ansie quotidiane è necessario imparare a riconoscerle come tali, il che è meno elementare di quanto sembri. Infatti le ‘ansiette’ possono essere diventate così abituali da essersi mimetizzate da normalità.

Un altro consiglio pratico, che è anche un invito a scendere a un livello più profondo di consapevolezza: nel riconoscere piccoli stati ansiosi, impariamo a percepire il potere del riconoscimento, quanto a dire il potere della consapevolezza. Vedremo così che già nel momento del riconoscimento, netto e chiaro, per il solo fatto del riconoscimento comincia a instaurarsi un cambiamento di relazione con l’ansia.

Nel lungo termine l’effetto di questa pratica di osservazione via via più pronta, sollecita e interessata degli stati ansiosi sarà quello di ritrovarci meno identificati con detti stati. E una minore identificazione porta con sé un miglioramento della nostra vista interiore. Cominciamo a vedere, per esempio, quanto è stretto e familiare il rapporto con la nostra ansia, piccola o grande che sia. Un po’ come se si trattasse di un parente insopportabile dal quale, tuttavia, non intediamo congedarci per alcun motivo. Perché sarà insopportabile ma, appunto, è troppo familiare, è troppo un pezzo di noi per rinunciarci. Che ne sarà di noi – è come se dicessimo – senza il consueto pullulare di immagini-pensieri ansiosi in reazione a questo e quello?

Senza pensare al poderoso e, insieme, abituale e quotidiano rinforzo che all’ansia individuale giunge dalla società in cui viviamo: i mezzi di comunicazione, i ritmi di lavoro, il traffico etc. Sicché, oltre a essere una dimensione così intima, l’ansia è anche una dimensione condivisa dalla maggioranza delle persone. Il che le aggiunge, si potrebbe dire, il tocco finale di ‘naturalezza’. Sarà dunque naturale credere con tutto il cuore all’ansia, mentre ci parrà illusorio e astratto anche il solo ipotizzare dentro di noi una zona franca di pace vera.

Questa prima disidentificazione dall’ansia e la relativa maggior comprensione dell’ansia che ne consegue alimenta un moto non occasionale di samvega, ossia una riluttanza salutare, un rifiuto silenzioso a vivere sotto il segno dell’ansia mescolato con un acuìto desiderio di praticare. Ciò porta, in progresso di tempo, a un ulteriore raffinamento della comprensione. In termini classici buddhisti, le tre caratteristiche universali (impermanenza, dolorosità, impersonalità) cominciano a profilarsi con evidenza crescente anche riguardo all’ansia. Anzitutto la specifica dolorosità dell’ansia. Diversamente da ciò che facilmente tendiamo a credere e cioè che l’ansia sia la risposta inevitabile a situazioni di dolore attuale o potenziale, vediamo che l’ansia è già dolore, dolore sicuro davanti a sofferenze talora solo ipotetiche, dolore mentale accuratamente fabbricato. E così pure, insieme alla dolorosità, prende a manifestarsi il carattere costantemente cangiante (anicca) e fondamentalmente condizionato (anatta) dell’ansia.

Il toccare con mano che questi tre aspetti connotano anche l’ansia ci mette in una posizione di accresciuta libertà nei confronti dell’ansia stessa. E ciò – va da sé – rende più forte la nostra presa di rifugio nella pratica per la liberazione. Liberazione che, significativamente, è stata definita “il totale e completo rilassamento di tutte le tensioni: fisiche, emotive e mentali” 2.

1. M. Epstein, Pensieri senza un pensatore, Roma, Ubaldini 1996, p. 122.

2. Nella sua opera A. Desjardins cita di frequente questa definizione della liberazione che il suo maestro Swami Prajñanpad amava proporre. Cfr. p. es. Alla ricerca del Sé, Roma, Mediterranee 1992, p. 137.

Da: http://digilander.libero.it/Ameco/sati971/corrado.htm

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Chiedo e non arriva nulla: perche’?

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
spesso le persone mi dicono ” eppure ho fatto la preghiera giusta, ho chiesto all’angelo giusto, ma non e’ arrivato nulla, sono delusa e amareggiata”. Eh si, ma il punto e’ che fino a quando attendi la manna dal cielo, fino a che sei convinto che tutto arrivi da fuori , non giungera’ mai nulla. Sei tu che fai i miracoli, gli angeli ti possono aiutare a trovare la strada giusta per avere abbondanza, guarigione o quello che ti pare. Ma , fino a quando tu affiderai il tuo potere a qualcuno o a qualcosa di esterno non te la cavi piu’.
Tu hai tutto dentro di te, il punto e’ che hai paura di vederlo perche’ ti hanno inculcato che Dio e’ fuori di te, che gli Angeli sono fuori di te, che i miracoli accadono solo a pochi eletti da Dio o dalla Madonna o da chi ti pare.
Tu hai in te il potere della trasformazione interiore e , quindi, anche il potere della trasformazione esteriore  ” come dentro, così fuori”.
Quando si pratica, per esempio, una guarigione angelica, essa schiaccia il pulsantino di avvio ma poi sei tu che devi andare avanti con le tue gambe nella guarigione. Non aspettare sempre la manna dal cielo, riprenditi il tuo potere personale.
Quando lo lasci agli altri? per esempio, sei in un rapporto di coppia, se ti viene l’ansia solo all’idea di perderlo, se sei possessivo con il partner, se la tua felicita’ dipende dal tuo compagno stai dando il tuo potere alla persona con cui stai. Oppure, se chiami un operatore di Luce o un cartomante, ecc… per ogni decisione da prendere nella tua vita stai dando il tuo potere ad un’altra persona. Cosa significa? che non ti stai assumendo la responsabilita’ delle tue scelte, della tua vita, della tua felicita’ e che stai dando tale responsanbilta’ qualcun’altro. Fino a che ti comporti in questo modo e non ti assumi al 100% la responsabilita’ delle tue azioni, della tua felicita’ guardando dentro di te davvero, per vedere le tue paure, insicurezze, ecc… e lavorarci dipenderai sempre dagli altri e non sarai un uomo libero.
Un abbraccio di Luce, AISHA
Ti consiglio la meditazione sul Terzo chakra, che trovi qui: https://camminospirituale.com/2018/08/11/terzo-chakra-blocco/

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LA NEUROSCIENZA DEL LUMINOSO

 

Ciao Anima in Viaggio,
oggi vorrei proporti un articolo del Dr. Villoldo ” La neuroscienza del Luminoso”
Buona Lettura 🙂

Le promesse delle religioni del mondo sono così universali, è probabile che la brama di gioia, pace interiore e benessere siano ora cablate nel cervello umano e siano diventate un istinto sociale potente quanto la spinta a procreare.

La Bibbia, il Corano, le scritture buddhiste e indù insegnano tutti che possiamo essere consegnati in uno stato paradisiaco, sia dopo la morte, alla fine dei tempi, seguendo molte reincarnazioni, o come risultato di uno sforzo e di un merito personale. Questo stato di liberazione è chiamato grazia o paradiso dalle religioni cristiane, paradiso dei musulmani e risveglio o illuminazione dalle tradizioni orientali (usando vari termini come samadhi , mukti , bodhi , satori e nirvana ).

Ma cosa succede se la grazia, il samadhi e l’illuminazione sono realmente basati sulla scienza biologica? E se fossero stati di ordine superiore e complessità creati da circuiti programmabili nel cervello? Le neuroscienze possono mantenere le promesse presentate dalla religione: libertà dalla sofferenza, dalla violenza, dalla scarsità e dalle malattie? La neuroscienza può darci una vita in cui regnano la salute, la pace e l’abbondanza?

Negli anni ’30, gli sciamani Dogon dell’Africa occidentale informarono due antropologi francesi dell’esistenza di un sole compagno a Sirius, la stella del cane. Questo corpo celeste non poteva essere visto ad occhio nudo e gli sciamani non avevano accesso a sofisticati telescopi. Eppure lo descrissero come estremamente pesante, in orbita attorno a Sirius in uno schema ellittico che richiedeva mezzo secolo per ogni ciclo completo. Quarant’anni dopo, astronomi con potenti telescopi identificarono la stella e la chiamarono Sirius B. Ci sono molti altri esempi della scoperta di una conoscenza apparentemente impossibile. Ad esempio, i saggi amazzonici hanno affermato che, dopo aver digiunato e pregato durante le missioni di visionevenivano insegnate dalle piante stesse a preparare il curaro, una neurotossina impiegata per la caccia e usata anche per l’anestesia moderna.

È statisticamente impossibile scoprire la formula per il curaro attraverso tentativi ed errori, che sottolinea l’affermazione degli sciamani di aver accesso alle informazioni dal mondo naturale – dalla biosfera stessa – attingendo alla saggezza invisibile di un campo che permea tutta la vita. Questa rete di vita, a cui si riferiscono come la Madre Divina, è un sistema energetico vivente che supporta e informa tutte le creature. È, in sostanza, una matrice di energia che collega tutte le entità viventi.

Questo concetto sta tornando nelle menti della comunità scientifica. Gli scienziati stanno anche cominciando a riconsiderare la nozione di spazio come un enorme vuoto. Un numero crescente di fisici ipotizza che lo spazio non sia vuoto ma pieno di energia: radiazione cosmica proveniente dal Big Bang, campi elettromagnetici pulsanti e gravità. Questa energia potrebbe essere anche un vasto magazzino di informazioni?

Il pendolo ha iniziato a tornare all’antica credenza in un universo interconnesso e all’importanza del divino femminile. Scienziati contemporanei, tra cui il premio Nobel Erwin Schrodinger, il neuroscienziato Humberto Maturana e il fisico Francisco Varela, hanno suggerito l’interrelazione di tutte le particelle nell’universo.

Possiamo trovare prove di questa interconnessione in fisica in una proprietà conosciuta come entanglement. L’evidenza indica che quando due particelle vengono create insieme, ad esempio attraverso il decadimento radioattivo di altre particelle, rimangono collegate tra loro o impigliate, indipendentemente dalla distanza tra loro. Quando una particella impigliata ha una carica positiva, il suo compagno avrà una carica negativa. Invertire la carica di uno causa un’inversione istantanea nell’altro. Ciò sfugge alle leggi della relatività generale perché implicherebbe un segnale che viaggia più veloce della velocità della luce. Tuttavia, il concetto di entanglement è coerente con le leggi della meccanica quantistica, che descrivono un universo in cui interazioni distanti non solo sono consentite, ma sono comuni. Si pensa che la meccanica quantistica si applichi solo alle particelle subatomiche poiché gli effetti quantistici non sono osservabili su una scala più grande. Ma Stuart Hameroff, un anestesista e professore all’Università dell’Arizona, e Jack A. Tirszynski, un fisico dell’Università di Alberta, entrambi suggeriscono che l’elaborazione quantistica – a un livello più ampio di quello subatomico – possa effettivamente accadere all’interno del cervello.

Un modello scientifico comunemente accettato afferma che la coscienza sorge come il risultato del potere computazionale – le capacità di elaborazione delle informazioni – del cervello umano. Hameroff sta studiando i microtubuli, che sono componenti strutturali della cellula che trasportano i nutrienti dal corpo cellulare al terminale degli assoni. Nella ricerca di Hameroff, ha osservato che l’anestesia funziona attraverso un effetto sui microtubuli neurali. La correlazione tra coscienza e potere computazionale portò Hameroff a ragionare sul fatto che questi microtubuli potessero, in effetti, agire come moduli di elaborazione delle informazioni, il che aumenterebbe le stime correnti delle capacità di calcolo umano più di un milione di volte. E se questo fosse il caso,

Con una ricerca come questa, gli scienziati stanno trovando dei modelli per delucidare ciò che sciamani e veggenti hanno così elegantemente e semplicemente spiegato in passato come la nostra capacità di avere un dialogo attivo con tutta la natura.

( Fonte: https://thefourwinds.com/blog/shamanism/the-neuroscience-of-enlightenment/

Traduzione dall’Inglese di Elisa Silvia Coda)

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LA PRATICA DEL NON ATTACCAMENTO

 

 

 

 

Per praticare il non attaccamento, lasciamo andare i ruoli acquisiti e le etichette che ci siamo incollati. Mentre le nostre nuove storie possono essere molto più interessanti e produttive per noi di quelle precedenti, il nostro obiettivo è quello di smettere di identificarci con qualsiasi storia. Allora diventiamo autoreferenziali, cioè non abbiamo più bisogno di una favola per definire o scoprire chi siamo. Persino i racconti archetipici degli dei e dee del passato non si applicano più a noi, perché alla fine anche le loro leggende sono tragiche. Quando perdiamo tutte le nostre storie, con i loro ruoli limitanti e confinanti  in identità, e diventiamo un mistero per noi stessi, stiamo praticando il non attaccamento.

Per molti anni, la mia identità nel mondo è stata “sciamana-guaritrice-antropologa”. È un modo conveniente per il mondo di percepirmi, ma non è quello che sono veramente-sono molto più grande e più ampio di così. Come scrisse una volta Walt Whitman: “Molto bene allora, mi contraddico / (sono grande, contengo moltitudini).” Alcuni anni fa, mi affezionai a una mia caratterizzazione che apparve nei miei libri precedenti, quella dell’esploratore . In una recensione del libro, il New York Times mi aveva persino definito “Indiana Jones di antropologia”. Mi sono così identificato con questo personaggio che è diventato molto limitante e monodimensionale.

Quando compii 40 anni, il giovane typ-antropologo diventò ridicolo e il robusto avventuriero in me era piuttosto esausto. Rifiutando questa definizione di me stesso, sono stato in grado di aprirmi agli altri lati di ciò che ero. Ho scoperto che, mentre imparerò sempre, ad esempio, sono anche un insegnante, e ora alleno gli altri in medicina. Le avventure che perseguito oggi sono di spirito e non sono più nella profonda Amazzonia.

Tutti abbiamo etichette convenienti che il mondo ci attacca per descrivere come siamo principalmente percepiti : mamma , attivista sociale, alcolizzato, vicepresidente, assistente e così via. Il problema inizia quando crediamo che l’etichetta racchiuda tutto ciò che siamo e impone come dobbiamo essere. Pensiamo che dovremmo avere un certo insieme di interessi, credenze e comportamenti se vogliamo essere Indiana Jones; e diventiamo confusi, imbarazzati o frustrati quando ci troviamo a pensare, sentire e operare in un modo completamente diverso.

In molte tradizioni spirituali, per diventare un monaco o una suora devi raderti la testa e indossare una veste semplice ed economica in modo da non essere percepito da nessuno come una persona di qualsiasi importanza. Sei costretto a trovare il tuo punto di riferimento internamente anziché esternamente. Nessuno sa chi erano i tuoi genitori, cosa hai realizzato o cosa pensano i tuoi amici d’infanzia di te. Superando l’ego o la personalità e scoprendo il sé che non può essere definito così facilmente. Hai lasciato andare il tuo attaccamento al materiale e al livello psicologico e persino spirituale, se fossi veramente devoto al dogma, e il tuo punto di riferimento non è più il tuo ego ma la tua divinità. Ti distacchi dalle etichette che hai creato per te stesso o che puoi creare per te.

Il non attaccamento ti richiede non solo di lasciare andare i tuoi ruoli e le tue storie, ma anche di lasciare andare la parte di te stesso che si identifica con questi drammi. Quando smetti di attaccare il tuo ego alla piccola identità di un coniuge, un bambino, uno studente, un insegnante e simili, lasci andare le tue nozioni preconcette su chi sei, e smetti di preoccuparti di cio’ che gli altri pensano di te. Smetti di aver bisogno di essere convalidato dalle persone e di essere sconvolto o triste quando non ricevi la loro approvazione. Sei libero di essere semplicemente chiunque tu voglia essere.

Articolo di Alberto Villoldo

( Fonte: https://thefourwinds.com/blog/shamanism/the-practice-of-nonattachment/

Traduzione dall’Inglese di Elisa Silvia Coda

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Portale 8/8/2018 : cosa dobbiamo aspettarci?

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
dopo l’eclissi del 27 Luglio 2018 giunge a noi un’altra ondata di forte energia data dal portale dell’8 Agosto 2018 e che durera’ fino al 12 Agosto 2018.
Cosa dobbiamo aspettarci? rilascio di tutto quello che non serve piu’ nel cammino della nostra anima per accogliere il lavoro dell’anima senza alcun ostacolo. Una grande revisione della nostra vita ci attende al fine di allineare sempre di piu’ la nostra vita sulla Terra alla nostra missione.
Nuovi codici di risveglio della coscienza saranno immessi in ogni essere umano al fine di favorire un ulteriore salto quantico di anime risvegliate.
Questo portale 888 ci portera’ quindi ad un nuovo equilibrio tramite il rilascio del vecchio, per questo intendo: ferite, traumi e karma. Ma non finisce qui: il tuo intelletto si elevera’ rispetto a cio’ che e’ terreno.
Importante quindi in questi giorni un buon radicamento per non trovarsi sconnessi alla realta’ ordinaria in questi giorni delicati.
In questi giorni di forte energia ( 8-12 Agosto 2018) sara’ il segno del Leone ad indicarci la via. Il Leone e’ un segno di fuoco che governa il cuore e ci insegna a seguirlo sempre. Importante quindi , oltre al radicamento, un bon lavoro energetico sul Chakra del Cuore per fare in modo di trarre tutti i benefici possibili da tale nuova energia.
Se abbiamo il coraggio di entrare in questo portale il Leone ci accompagnera’ verso l’allineamento divino, dove il nostro vero Potere potra’ manifestarsi in tutta la sua Luce. Il Terzo Chakra e’ la sede del potere personale, e’ quindi importante avere tale centro energetico in equilibrio.
In sintesi, come prepararsi?
– lavoro sul primo Chakra per non perdere la connessione con la Terra;
– Lavoro sul quarto Chakra per seguire il cuore;
– Lavoro sul Terzo Chakra per la piena manifestazione del nostro Potere.
In particolare se il Plesso Solare non e’ in equilibrio si possono avere problemi con le autorita’. Molte persone vedono Dio proprio in questa ottica a causa di insegnamenti errati, domandati quindi ora ” che idea ho di Dio?” questa domanda per te adesso e’ molto importante perche’ ci sara’ l’allineamento Divino,  ma se hai schemi errati su Dio potresti avere paure inconsce che ostacolano tale allineamento.

Tanto lavoro quindi da fare prima di questo portale per viverlo nel migliore dei modi possibili.

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elisasilviacoda@libero.it

( Testo di Elisa Silvia Coda, riproducibile con citazione della fonte a scopo divulgativo e non commerciale)

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Fiamme Gemelle: Cosa significa essere consapevoli?

 

 

 

Ciao Fiamma Gemella,
oggi vorrei dirti qualcosa che forse nn ti piacera’ tanto ma …pazienza…spero che tu lo prenda come spunto di riflessione.
Sapere di essere Fiamma non ti rende automaticamente consapevole. Scusa la schiettezza ma sento troppe volte al giorno frasi del tipo ” io sono la Fiamma consapevole” ma poi parlandoci vedo che non hanno compreso il termine ” consapevolezza”.
Cosa significa, quindi ” essere consapevoli”? qui non mi rivolgo solo alle Fiamme Gemelle ma a tutto il genere umano. Essere consapevoli significa essere nel qui e ora. Vivere nel presente costantemente essendo coscienti di cio’ che accade dentro di noi. Fiamma o non Fiamma nel momento in cui dai la colpa all’altro di come stai, non sei nella consapevolezza.
Tu e solo tu hai la piena responsabilita’ di come ti senti di fronte ad un determinato evento, fino a che non ti prendi ogni giorno, ogni secondo della tua vita la responsabilita’ di come reagisci di fronte agli eventi non sei consapevole. E’ necessario svegliare la nostra coscienza al fine di cambiare davvero le nostre emozioni, tu non sei stato progettato per seguire la mente e le emozioni ma la tua cosciena. Ricordati che l’energia e’ neutra, non c’e’ bene e non c’e’ male ma vi e’ l’intenzione che scaturisce dalla tua coscienza. Per esempio, sei arrabbiato con la persona che ami, puoi maledirlo e vendicarti oppure puoi capire percheì il suo comportamento di fa arrabbiare o piangere e modificare la tua reazione. Questo e’ essere consapevoli. Non pensare che io non mi arrabbio, ma resto arrabbiata 10-15 minuti, poi cambio il chip e , con lo sciamanesimo Huna modifico cio’ che sento, trasformo la mia energia. Difficile? questo dipende da te.
Consapevolezza e’ comprendere che tutto dipende dai tuoi schemi interni, ma non basta saperlo perche’ ormai credo proprio che ti sia entrato in testa lo si legge ovunque! Il punto e’ farlo davvero tuo, quando cio’ accade, quando ti prendi la piena responsabilita’ di cio’ che senti e di cio’ che crei la rabbia dura davvero poco e con tanta pratica arrivi a cambiare immediatamente il chip con il pilota automatico.
Se vuoi un metodo per cambiare i tuoi schemi in modo efficace ogni volta che ne hai bisogno, scrivimi per informazioni: elisasilviacoda@libero.it

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Gurdjeff e la metafora della carrozza: l’importanza dell’essere svegli

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
oggi vorrei parlarti dell’importanza di essere svegli. Vorrei farlo con la metafora della carrozza di Gurdjeff.
Egli paragona l’essere umano ad una carrozza, dove quest’ultima rappresenta il corpo fisico, i cavalli sono le emozioni, il cocchiere la mente , mentre, la coscienza viene rappresentata dal passeggero.
Nella maggior parte delle persone la coscienza dorme ( = passeggero addormentato). In tal caso il cocchiere ( mente) decide la meta, ma siccome la coscienza dorme ci si lascia trasportare dalle emozioni ( ovvero dai cavalli).
Tu mi dirai ” e’ giusto seguire le emozioni” e io qua ti dico ” se segui la tua rabbia e’ giusto?”, ” se segui l’ Amore non rispettando il libero arbitrio dell’altro e’ giusto?”. A te la risposta.
Il punto e’ che nel momento in cui e’ la mente che guida  si segue sempre la solita strada, si va in automatico, si segue la via che si conosce. I cavalli corrono in base alla mappa che ormai sanno a memoria, strada che hanno imparato dalle esperienze fatte che hanno creato i programmi e le credenze del tuo inconscio. In pratica, metti il pilota automatico.
L’inconscio non sceglie cosa tenere e cosa cancellare, memorizza il piu’ delle volte schemi limitanti immagazzinati da eventi della tua infanzia e dall’ambiente in cui vivi. Poi pero’ cresci e tali schemi possono non essere piu’ funzionali alla tua vita. Se per esempio il tuo primo ragazzo ti hai tradito il tuo schema potrebbe essere ” gli uomini sono traditori” , cosa comporta tale credenza limitante? il non dare piu’ fiducia al genere maschile il che, ha come conseguenza la rottura di tutte le tue relazioni.
Tu, quindi, in tal caso, ti fai guidare dalla gelosia, dalla rabbia e dalla diffidenza. La mente conduce le tue relazioni, facendoti percorrere sempre le stesse strade, facendoti fare sempre le stesse esperienze anche se vorresti avere accanto a te un uomo che non tradisce,pero’, incontri sempre quelli.
Sei perso in questo modo, non puoi dirigere la tua carrozza nella direzione che desideri se non cambi la mappa del tuo inconscio. Resetta e riprogramma il tuo GPS interno!
E’ quindi essenziale entrare in contatto con la propria coscienza, solo in questo modo e’ possibile trovare tutte le risposte alle domande che ci poniamo ogni giorno, la unica che puo’ davvero ridisegnare la mappa per portarci nella destinazione corretta.
L’essere umano funziona così. E’ quindi importante essere svegli e presenti nell’Adesso, basta pensare ” eh si pero’ lui mi ha tradito, eh si pero’ gli uomini sono S*****I”. Inizia  a guardare te stesso, basta guardare che accade fuori, il fuori ti e’ utile per porti la domanda ” quale mio meccansimo interno ha provocato questo?”. Una volta fatta la domanda cerca IN TE la risposta, vai indietro e chiediti ” quand’e’ la prima volta che mi sono sentito così?” ecco, li e’ l’inizio del tuo programma inconscio. Come in un computer puoi cancellare il programma e installarne un’altro. Non siamo altro che macchine biologiche che ogni tanto vanno resettate e riprogrammate, e fallo sto aggiornamento ogni tanto 😉
In questo modo inizi il percorso verso la consapevolezza, incominci a riappropriarti della tua strada, vivi in armonia con le tue emozioni.
Come si fa? oggi non ti voglio dire fai con me il Theta Healing o un viaggio sciamanico ma ti voglio proporre dei percorsi per fare in modo che tu non debba ricorrere agli operatori ogni volta. Lo sciamanesimo Huna puo’ aiutarti davvero.
Per informazioni: elisasilviacoda@libero.it

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Cammino Spirituale: un viaggio che parte dalla conoscenza

 

 

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
ritengo che questo post sia davvero importante e ti chiedo di salvarlo, di leggerlo, leggerlo, leggerlo e leggerlo fino a quando non lo avrai pienamente compreso e interiorizzato.
Questo scritto nasce dal testo di Castaneda che sto leggendo ora ” A scuola dallo stregone”, un libro davvero affascinante pieno di insegnamenti veramente importanti.
Inizio questo post con il dialogo tra Don Juan e Castaneda presente nel testo:

Don Juan: Imparare attraverso la conversazione e’ una perdita di tempo, una cosa stupida.
Castaneda: Mi disse di ricordare la volta in cui avevo cercato di trovare il mio posto e come volessi trovarlo senza nessuno sforzo perche’ mi aspettavo che lui mi fornisse tutte le indicazioni. Se lo avesse fatto, io non avrei mai imparato. Invece sapere quanto fosse difficile trovare il mio posto, e soprattutto sapere che esisteva, mi avrebbe dato un senso di sicurezza unico.
Disse che finche’ rimanevo attaccato al mio posto giusto nulla poteva farmi male fisicamente, perche’ avevo la certezza che in quel posto mi trovavo nelle migliori condizioni. Avevo il potere di allontanare cio’ che poteva essermi dannoso. Se tuttavia mi avesse detto dov’era non avrei mai avuto la certezza necessaria per proclamarlo come vera conoscenza. La conoscenza, quindi, era davvero potere.
Ogni volta che un uomo si accinge a imparare deve affaticarsi per trovare il suo posto e i limiti del suo imparare sono determinati dalla sua natura. (…) Le paure sono naturali, noi tutti le proviamo e non possiamo farci nulla. Ma, dall’altra parte, non importa quanto possa essere terrificante imparare, e’ piu’ terribile pensare a un uomo senza un alleato o senza conoscenza.

Qui Casteneda parla del suo posto in un patio, ma credo che sia una metafora per indicare il tuo posto nella tua vita, nel mondo. Nessuno puo’ darti le istruzioni per trovarlo, ovvero, non vi e’ alcuna persona che possa dirti ” guarda se tu fai questo o quello trovi il tuo posto”. Ogni cammino che scegli di intraprendere per tale ricerca ti costera’ fatica e molte prove, spesso ti verra’ la voglia di arrenderti ma tu, continua a camminare, a rotolare, a cadere a rialzarti, a correre per poi fermarti e ricominciare, perche’, una volta trovato il tuo posto nulla potra’ piu’ farti del male e, soprattutto, inizi davvero la strada verso il tuo equilibrio ed il tuo centro.
Il cammino verso quel posto e’ costellato di conoscenza, interiorizzazione dei concetti appresi e messa in pratica.
Non basta leggere un libro o  i post che scrivo ( o che altri scrivono) per fare il cammino.  Dai post o dai testi devi prendere cio’ che pensi ti possa essere utile , farlo tuo e metterlo in pratica. L’azione e’ la parte finale della conoscenza e dell’interiorizzazione di concetti. Il ” come si fa” e’ la parte ultima. Il
” come si fa” viene dopo aver compreso ” cosa devo fare”, ” perche’ lo devo fare”.
A volte leggo  post con scritto cose del tipo ” non fidatevi di chi vi dice che per risolvere questo o quello c’e’ da fare un percorso lungo, vuole solo tenervi attaccato a lui”. Io sinceramente a tali parole rabbrividisco. O io sono masochista perche’ ci ho messo piu’ di un anno a finire il lavoro di guarigione con la mia bimba interiore e molte altre cose, oppure questi che scrivono cio’ non c’hanno capito ‘na mazza.
Ora ti saluto che penso di aver messo gia’ troppi concetti in questo post, riflettici .
Un abbraccio di Luce, Aisha <3

( Testo di Elisa Silvia Coda, riproducibile a scopo divulgativo e non commerciale con citazione delle fonti)

Se vuoi parlare con me scrivimi per prendere un appuntamento: elisasilviacoda@libero.it

Per leggere il libro di Castaneda, ” A scuola dallo Stregone” clicca qui: http://barriodecuba.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/05/A-Scuola-Dallo-Stregone.pdf

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Il Maestro Interno, solo in te risiede il Maestro

 

 

 

Ciao Anima in Viaggio,
oggi parlarvi del vostro Maestro interiore, si legge nel Vangelo di Maria Maddalena:

“Quel giorno, i discepoli erano raccolti in cima ad una montagna.

2. Il Maestro stava fra loro in Silenzio.

3. E Maria Gli era accanto.

4. Andrea disse:

5. «Maestro, ecco che il Tuo Silenzio ci sorprende.

6. Perché ci hai riuniti? Non hai niente da dirci, oggi?».

7. Allora il Maestro rispose loro:

8. «E voi, non avete niente da dire a me?

9. Perché mai la fonte dovrebbe andare incontro ai pellegrini?

10. Il pellegrino dimentica a volte di avere gambe per camminare.

11. Dimentica che non è la strada a scorrergli sotto i piedi, ma che è la

sua mente a proiettarsi verso l’orizzonte.

12. Chiedete, se avete intenzione di ricevere.

13. Quando la terra ha sete

14. tocca a lei chiamare la pioggia».

15. Ed ecco che Simon Pietro si alzò fra tutti e disse:

16. «Maestro, ogni giorno Ti seguiamo e Ti ascoltiamo.

17. Eppure, il nostro cuore conosce ancora l’aridità.

18. Ogni giorno, speriamo nella quiete e nella gioia.

19. Ma esse non vengono a visitarci.

20. Dicci perché.

21. La Forza dell’Eterno non è forse nelle Tue parole?

22. Più seguiamo le Tue orme sulla terra

23. più siamo turbati

24. e l’acqua continua a mancarci».

25. Il Maestro non lo guardò e disse:

26. «Dov’è la debolezza?».

27. Poi, si mise in silenzio.

28. Simon Pietro parlò di nuovo:

29. «La debolezza è estranea all’Eterno.

30. Si è infilata nell’uomo passando dalle sue orecchie».

31. Andrea alzò una mano e disse:

32. «Perché interrogare il Maestro giacché conosci la risposta?».

33. Allora il Maestro si alzò e disse:

34. «Anche tu la conosci, ma lui incomincia a capire.

35. Colui che vuole comprendere per conoscere, alla fine,

36. si rende conto che non deve seguire le mie orme,

37. bensì lasciare le sue spostandosi all’interno delle mie,

38. perché è dentro che troverà se stesso,

39. perché è dentro che si trova la gioia perduta,

40. perché è sempre dentro che si trova

41. la porta verso l’esterno dei mondi,

42. l’esterno che è il vero Interno.

43. Così la gioia non sorride a colui che raccoglie le mie parole,

44. bensì a colui che si sposta all’interno».

Cosa significa questo? Tu, Anima in Viaggio, sei il pellegrino che non deve aspettare che la strada che gli scorra sotto i piedi, hai le gambe per camminare, usale!
Solo con il tuo impegno puoi togliere le zavorre che ti appesantiscono. Non aspettare l’allineamento planetari perfetto, il momento giusto perche’ se lavori con costanza su di te capirai che e’ sempre l’allineamento planetario perfetto e sempre e’ il momento giusto. Certo alcune energia favoriscono alcuni tipi di lavoro interiore rispetto che altri, o cambiamenti nella tua vita, ma tu e solo tu sei la chiave.
Ricorda ” dentro di te si trova la gioia perduta,perché è sempre dentro che si trova la porta verso l’esterno dei mondi,l’esterno che è il vero Interno”.

Un abbraccio di Luce, AISHA

Se desideri parlare con me per fare questo viaggio nel tuo interno , inviami una mail per prendere appuntamento:elisasilviacoda@libero.it

( testo di Elisa Silvia Coda , riproducibile con citazione della fonte a scopo divulgativo e non commerciale)